Le riflessioni esistenziali arrivano così, quando meno te le aspetti.
Quando meno le vuoi, quando hai il minor tempo possibile per approfondirle -nel mio caso perché c'è Beautiful in tv e nonsiamai mi perdessi Quinn che cerca di infilzare Liam con una spada, per carità.
Anche stavolta, comunque, non ha fatto eccezione.
L'antefatto è che papà ha deciso di comprare un set di coltelli nuovo. Non il set tipo quello Miracle Blade dello chef Tony, no. Un set di coltelli normali, di quelli che si usano a tavola tutti i giorni.
L'ha fatto perché quelli che avevamo erano vecchi e stravecchi, con il manico di plastica tutto scorticato. Tradotto: non si potevano vedè, e questo è stato sufficiente a generare l'esigenza di sostituirli.
Così è stato.
A eccezione di giusto 3 coltelli vecchi sopravvissuti perché non si sa mai.
Fine antefatto.
Oggi, a ora di pranzo, ero in cucina ad apparecchiare la tavola come sempre faccio, gestendo i miei pensieri tra "gira il pollo nella padella - riscalda le bietole - scongela il pane - spremi un limone intero sull'insalata 'che così magari sa di qualcosa", quando ho notato un fatto molto curioso e affascinante. #zero
Mentre per i miei genitori sceglievo i coltelli nuovi, dal manico lucido e intoccato dal tempo, dalla lama affilata, capace di squarciare le carni ma non di togliere la buccia alle mele (spiegatemelo, per piacere), per me andavo a pescare 1 dei 3 coltelli vecchi rimasti, e lo facevo con intenzione, eh, non perché "eh quella l'abitudine è una brutta bestia", no.
Dalla constatazione di ciò alla considerazione esistenziale il passo è stato come un matrimonio di Brooke Logan: breve.
Ed ecco che inizio a speculare su quanto a me in realtà il cambiamento sia per me paragonabile alla gente che mangia e non ingrassa: da evitare come la morte.
Non è saggio, lo premetto. E nemmeno lo faccio apposta -o forse sì, ma è un "farlo apposta" come quando sei sull'orlo di un burrone e ti tiri indietro, sottende quel genere di intenzionalità, è una specie di istinto di sopravvivenza, ecco.
Ora, ogni volta che ho la necessità di superare l'ansia da cambiamento vado su Google e mi cerco questa citazione, appositamente, perché è quello che razionalmente penso sia giusto e perché spero che rileggerla possa aiutarmi a farmi recuperare il senno:
Quando diciamo cose tipo "Le persone non cambiano", facciamo impazzire gli scienziati. Perché il cambiamento è letteralmente l'unica costante di tutta la scienza. L'energia, la materia, cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono. È il fatto che le persone cerchino di non cambiare che è innaturale, il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui ci aggrappiamo ai vecchi ricordi invece di farcene dei nuovi, il modo in cui insistiamo nel credere, malgrado tutte le indicazioni scientifiche, che nella vita tutto sia per sempre. Il cambiamento è costante. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi. Possiamo sentirlo come una morte o possiamo sentirlo come una seconda occasione di vita. Se apriamo le dita, se allentiamo la presa e lasciamo che ci trasporti, possiamo sentirlo come adrenalina pura, come se in ogni momento potessimo avere un'altra occasione di vita, come se in ogni momento potessimo nascere ancora una volta.
Solo Meredith Grey poteva sfornare questa perla, diciamocelo. Io non ci sarei mai arrivata, e forse c'è un motivo per cui io mi ci interrogo sopra e lei non esiste.
Comunque, la mia opinione è che questo concetto sia vero, sia legittimo, sia razionale.
Eppure non basta, perché ci sono alcune cose che, semplicemente, non dovrebbero mai cambiare, non per noi, non dal nostro punto di vista, ma invece devono cambiare, perché rispondono a una serie di circostanze, di situazioni, di di di... che si verificano, che non possono non verificarsi.
Il cambiamento risponde alla vita, questo è il punto.
Eppure.
Come dimenticare il nostro personale ruolo nella faccenda?
Non siamo fantocci nelle mani degli eventi, sballottati di qua e di là senza alcuna possibilità di intervento. Per come la vedo io, siamo costretti a cambiare ma i termini di quel cambiamento li stabiliamo noi. Li stabilisce chi siamo davvero, e chi siamo davvero è a sua volta definito dal modo in cui cambiamo o ci conserviamo. Noi stessi, le nostre relazioni, le nostre convinzioni, ogni cosa.
Si può cambiare restando coerenti a sé stessi? Per quanto complicato, io direi di sì.
Per cui, qual è il punto?
Che cosa c'è da avere paura?
Credo sia il fatto che, comunemente, si avverte il cambiamento quando è in negativo.
Una persona "cambia" quando non la si riconosce più per ciò che era e le volte in cui la cosa ha un risvolto negativo sovrastano i casi contrari.
Un rapporto "cambia" quando i presupposti iniziano a mancare, o a trasformarsi in qualcosa che prima non erano. Ma se ciò accade in senso positivo, la parola "cambiamento" non è la prima a venirci in mente. Evoluzione, crescita, sviluppo. Ma non cambiamento.
Ed è pur vero che, se qualcosa va bene/benissimo/alla grande, perché dovremmo desiderare che cambi? Perché dovremmo auspicarcelo e, qualora accadesse, perché non dovremmo considerarlo per ciò che è? Per quanto obbligato dal semplice scorrere della vita, perché dovrebbe piacerci? Un po' come ingozzarsi di tisane al tè verde perché sono drenanti antiossidanti energizzanti... non basta a farcele piacere (e se a qualcuno piacciono sul serio io non ho più certezze, ve lo dico).
Tutto ciò implica che il cambiamento sia subito (non subito, subìto), più che altro.
Una persona che prima fa parte della tua vita e poi non più per una sua personale decisione, oppure perché c'entra la distanza, o nuovi interessi, nuovi impegni, nuove situazioni.
E ce ne sono così tante, di persone, che non se ne tiene il conto, che vanno e che vengono, che sembra che saranno lì per sempre e che poi non ci sono più, e neanche riesci davvero a spiegarti perché.
Resti là con un nodo alla gola e una certa nostalgia e un vuoto nello stomaco generato da una mancanza che non puoi soddisfare, un po' perché non dipende da te, un po' perché ormai è andata così, è la vita. Ma poi passa, resta il ricordo di quella che sembra una vita diversa, perché magari nel mentre cambi anche tu, perché anche se a volte hai l'impressione che tutti si muovano tranne te, in realtà è un po' come sentirsi fermi e ancorati al pavimento mentre la terra gira, senza alcuna percezione della nostra effettiva partecipazione a quel movimento.
Ci muoviamo un po' tutti, cambiamo un po' tutti, altrimenti non staremmo sul serio vivendo e da questo punto di vista okay, è una cosa positiva.
Ma è triste, questo lento corso delle cose. Riflette il fatto che ogni cosa ha un ciclo, che come inizia così finisce, che te lo puoi godere ma non farci troppo affidamento, non sai come andrà, non sai che succederà. Sii pronto a lasciar andare, quando il momento arriverà -il che è triste, è cinico, non è possibile, ma è vero.
Perfino ciò che ha tutta l'aria di essere eterno non è eterno per niente.
Perfino quello che ha tutta l'aria di essere visceralmente radicato può essere estirpato.
Non c'è niente di davvero fermo, di stabile, questo è il punto.
Niente e nessuno può sottrarsi al cambiamento, solo resistere, stabilire i termini dello stesso affinché si risolva in un'evoluzione e non nell'annullamento di ciò che era prima. Scegliere che cosa valga la pena preservare per ciò che è, e che cosa no. A che cosa si può rinunciare quando il cambiamento ti investe, e a che cosa no; scegliere fino a che punto lasciarsi trasportare dall'onda, quando essa arriva.
E questo determina persone che arrivano nella tua vita e persone che ne escono, in un modo o nell'altro. Persone che restano ma non si sa per quanto.
Poche certezze, poi nemmeno così certe.
Ed è complicato, perché tutto ciò che un essere umano potrebbe desiderare, secondo me, è un punto fermo, che sia davvero tale.
Se esiste?
Tutto quello che so è che non sono pronta a sostituire i vecchi coltelli decennali con i nuovi, perché lasciar andare è complicato, e io sono un caso patologico.








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